Guida al museo Geologia natura e preistoria: Porto Badisco - Santa Maria di Leuca

La presa d’ Otranto nell’anno 1480, la distruzione di Castro nel 1537 e le continue incursioni dei Turchi nel territorio salentino terrorizzarono i contadini della zona che iniziarono a costruire delle dimore fortificate.

 Espressione e testimonianza di tali paure e bisogno, va considerata la masseria di Cerceto: essa presenta un’incisione sull’architrave della porta d’ingresso del primo piano  A.D. 1657;MCV . Le date ivi riportate sono ancora oggi oggetto di discussione.

Probabilmente, la data espressa con numero arabo si riferisce ad una ristrutturazione e ad un successivo ampliamento della struttura di base :infatti,  l’accesso ai piani superiori, dapprima avveniva tramite una botola ed una scala a pioli e solo in seguito vennero annesse due scale a ridosso della muratura esterna.

 

La costruzione fortificata è provvista di ben cinque caditoie, di una merlatura in rilievo e di grosse canne fumarie.

Il pian terreno consta di due grandi locali, realizzati con volta a “botte”, che comunicano mediante una piccola porta.

Nel primo locale troviamo un grande camino e ivi si lavorava il formaggio; il secondo, invece, è suddiviso in due stanze , in una delle quali è collocata la botola che permetteva l’accesso ai piani superiori.

Il piano superiore è munito di feritoie in corrispondenza di una piccola scala che conduce alla “loggia”.

Quest’area della masseria era abitata dal massaro e dalla sua famiglia.

Inoltre, a questa costruzione centrale, è annessa un’ampia stalla per i cavalli, un piazzale sopraelevato, un fienile ed un granaio, ed ancora una grande cisterna, una porcilaia, un ampio spazio, formato da lastroni rocciosi, ove le pecore e le capre trovavano ricovero, le “capande”, che ospitavano il bestiame durante la notte ed infine il pollaio.

 

Costruzioni degne di esser citate sono le “niviere”  , adibite sia alla raccolta delle acque piovane che a quella della neve, e “ lu trappitu”, un frantoio ipogeo, di notevole importanza.

 Entrando nel frantoio notiamo subito la vasca , sei blocchi di pietra leccese che costituivano la base della pressa, alcune serpentine, scavate nel tufo, che conducono a cavità adibite alla raccolta dell’olio, il dormitoio, la stalla per l’asino e” le sciave” ,stanzette in cui venivano conservate le olive e infine” i torchi”.  Questi ultimi sono di due tipi:” alla calabrese” (costituiti da due viti verticali e da plinti di pietra viva che, ruotando, pressavano i fiscali incolonnati al di sotto) e “alla genovese” (formati da due pilastri alti circa tre metri, che portavano in alto una madrevita fissa ,oltrepassata dalla vite mobile che terminava, in basso, con uno zoccolo cubico al di sotto del quale vi era un tavolaccio).

 

La temperatura all’interno del frantoio era molto alta e ,questo, agevolava la fermentazione dell’olio.

I “trappitari” assieme al ”fachiro” passavano parecchio tempo in questa costruzione interrata, che diventò la loro fissa dimora.

A pochi metri dal frantoio troviamo l’imponente COLOMBAIA, dalle dimensioni notevoli, gestita dal feudatario.

La particolarità di questa costruzione è data dal fatto che si resta completamente disorientati nel vedere le nicche dei circa tremila piccioni, ricoverati nella superficie interna della costruzione,  perfettamente cilindrica.